venerdì 9 maggio 2008

Il coraggioso outing di Vikram Pandit


Ad ogni giorno basta veramente la sua pena e così dopo le pessime notizie provenienti dal colosso svizzero UBS mercoledì, la quasi catastrofe dei conti della prima compagnia di assicurazione statunitense, l’AIG, annunciata ieri, non poteva certo mancare il botto finale, rappresentato dall’annuncio proveniente da Vikram Pandit, il banchiere indiano che da cinque mesi è alla guida di Citigroup (prima banca commerciale degli Stati Uniti d’America, ma anche una delle più grandi banche globali del mondo), un annuncio fatto nel pieno dell’Investor Day del gruppo e che rende noto al mondo che Citi intende mettere in vendita 500 miliardi di titoli nei prossimi due tre anni, con l’obiettivo di portare l’ammontare complessivo di questa voce dell’attivo da 2.200 a 1.700 miliardi di dollari.

Pur essendo ben lungi dal sostenere che si tratta soltanto di titoli della finanza strutturata, non vi è dubbio alcuno che questi costituiscano una fetta rilevante di questo immenso stock di titoli, così come è evidente che soltanto una parte di questa montagna di carta risultava nei bilanci di Citigroup, in quanto una larga parte di essi era stata sapientemente collocata nel tempo in comodi recessi denominati Conduits o Structured Investment Vehicles (SIV), entità che hanno il pregio di essere opportunamente appostati, o meglio i corrispondenti impegni di firma relativi, off balance sheet,

Era dalla tragicomica cena svoltasi tra gli esponenti del gotha bancario ed i ministri economici e i Governatori delle banche centrali del G7, che aspettavo pazientemente che qualcuno facesse la prima mossa in questa specie di gioco del gatto con il topo avviata dalle severe parole di Draghi e da quelle apertamente minacciose pronunciate da un ex collega dei CEO e Chairman presenti, l’ineffabile ministro del Tesoro USA pro tempore che prende il nome di Henry Paulson, un uomo che per lunghissimo tempo ha guidato in modo incontrastato quell’entità assolutamente preveggente che, a sua volta, prende il nome di Goldman Sachs, un’indiscussa e quasi sacrale istituzione che ha avuto l’onore di ospitare, per un periodo di tempo variabile, quasi tutti i presenti a quel banchetto, indifferentemente dal lato della barricata occupato da ciascuno quella sera.

Confesso che non mi ha neanche stupito che sia toccato al novellino Pandit prendere il coraggio a due mani ed esibirsi in un outing che rischia di avere una risonanza ben maggiore di quella che avrebbe avuto un’eventuale dichiarazione delle sue preferenze sessuali (della quale, francamente, non frega niente a nessuno), una confessione che la dice lunga su quelle che, fatte le debite proporzioni, dovrebbero essere le dimensioni totali della montagna di titoli, che siano o meno parto degli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto diviene quasi irrilevante, che rischia di soffocare il pianeta molto di più di quanto lo stia già facendo quell’immonda invenzione rappresentata dai sacchetti di plastica.

So bene che la preveggente Goldman e quegli imitatori di UBS si sono mossi molto per tempo nell’alleggerirsi di montagne di titoli in loro possesso e che fra gli allegri ed incoscienti acquirenti vi erano le altre quattro componenti delle Big Five, nonché un bel mazzo di banche globali basate in tutto il mondo, un rilevante numero di compagnie di assicurazione, per finire a quelli che rischiano di essere, come sostiene con nozione dei fatti il Fondo Monetario Internazionale, le principali vittime di questo autentico gioco al massacro e cioè i fondi pensione ed i fondi di investimento basati all over the world.

Ma so altrettanto bene che il gioco non è riuscito del tutto e che, pur avendo evitato il fallimento certo, anche queste due entità globali sono rimaste con il cerino in mano, del che danno contezza le mega svalutazioni che stanno operando trimestre dopo trimestre, nonché le concordanti voci dei bene informati che raccontano di vendite multimiliardarie di titoli della finanza strutturata che non trovano posto nelle pur capienti discariche a cielo aperto fornite generosamente dalla Fed e da altre banche centrali compiacenti, vendite fatte al di fuori dei circuiti ufficiali ed aventi come controparti che hanno il pregio di garantire a Goldman Sachs, ad UBS e ad un’infinita pletora di altri venditori a sconto il più assoluto riserbo.

Né è un caso che l’ultima mega svendita operata da UBS l’altro ieri sia stata resa nota urbi et orbi, in quanto fa parte del nuovo corso di glasnost imposta da quei falsi amici ed ex colleghi di Draghi Paulson e compagnia cantante che non ne potevano più di recitare, del tutto inascoltati, il loro mantra: dite la verità, ma proprio tutta la verità; almeno sino a che non hanno aggiunto, forse facendo anche la faccia feroce, altrimenti ci arrabbiamo sul serio!

Proprio che avevo smesso di scervellarmi dietro calcoli presuntivi sulle dimensione del disastro derivante dalla creazione infinita di carta (altro che subprime!), questo primo outing e quelli che terranno viva la nostra attenzione da ora allo scadere dell’ultimatum a fine giugno, giusto in tempo per la relazione finale di Draghi al summit dei sette grandi del mondo previsto per metà luglio, in triste coincidenza con i primi fallimenti di hedge fund creati da quell’orso di Stearns prematuramente defunto qualche mese orsono, rende, ed ancora di più renderà, il calcolo molto più facile, ma non per questo meno catastrofico e, per riguardo alle coronarie dei miei lettori, mi asterrò, almeno per ora, dal renderlo noto.

Per non lasciare i miei pochi ma fedeli lettori nella suspance, voglio suggerire loro di dare una scorsa alla dimensione dei mercati finanziari delle tre principali aree economiche del pianeta (accorpando doverosamente la piazza finanziaria londinese nell’area dell’euro), fornendo il dato della sola euro che è cifrabile, molto per difetto, in 20 mila miliardi di euro (pari ad oltre 31 mila miliardi di dollari, ai cambi attuali).

Volgendo anche oggi lo sguardo all’Italia, credo proprio che il più che deludente andamento del titolo Unicredit Group post acquisizione di Capitalia avvenuta notoriamente senza l’effettuazione della due diligence rappresenti uno dei classici casi in cui il mercato anticipa i dati rappresentativi della gestione, una gestione che è in qualche modo ben fotografata dall’ultima trimestrale, non solo e non tanto dal dimezzato dell’utile netto, quanto dalle criticità che emergono, come era peraltro largamente prevedibile, dalla pesantezza dei risultati della divisione Corporate & Investment Banking, dalle preoccupazioni relative al rallentamento dello sviluppo della redditività nell’Est dell’Europa, nonché dalle difficoltà realtive all’impegnativo processo di ristrutturazione in corso, un processo avviato pressoché all’indomani della conclusione di quello altrettanto impegnativo e che aveva dato vita al modello S3.

La sensazione prevalente tra gli operatori è sintetizzabile nell’osservazione del fatto che l’indiscusso numero uno di Unicredit Group, notoriamente abile a gestire le fasi espansive, incontri maggiori difficoltà facendo per la prima volta i conti con una fase discendente del gruppo.
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Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

giovedì 8 maggio 2008

Chi assicurerà gli assicuratori?


Non si era ancora spento l’eco dell’ennesima perdita mostre di UBS, nonché il forte impatto psicologico dei maxi tagli di personale annunciati nelle sale di New York e Londra del colosso creditizio extracomunitario, che è deflagrata oggi, a mercati azionari statunitensi opportunamente già chiusi, la notizia della rilevantissima perdita nel primo trimestre messa a segno da AIG, numero uno delle compagnie di assicurazione statunitensi, colpita per il secondo trimestre consecutivo da rilevantissime svalutazioni su derivati e sulla montagna di titoli della finanza strutturata tuttora in suo possesso per oltre 579 miliardi di dollari.

Il primo trimestre di AIG si chiude, infatti,in rosso per 7,81 miliardi di dollari contro i 4,13 miliardi di utile registrati nello stesso periodo del 2007, dopo una perdita si credit default swaps per 9,1 miliardi di dollari che fanno seguito agli 11 miliardi persi allo stesso titolo nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, mentre le svalutazioni sono state pari a 6 miliardi, contro i 3 miliardi appostati nel trimestre precedente, costringendo AIG a chieder immediatamente al mercato 12,5 miliardi di dollari di denaro fresco, 7,5 miliardi a titolo di aumento di capitale (ad un prezzo, ovviamente molto scontato rispetto ai corsi attuali, ma non specificato al momento), mentre altri 5 miliardi verranno dalla successiva vendita, sarebbe meglio dire svendita, di titoli per 5 miliardi di dollari.

Nel tentativo di tenersi buoni gli infuriati azionisti che già mettono nel conto l’effetto diluitivo dell’annunciato aumento di capitale, il board of directors di AIG ha deciso di aumentare di due centesimi di dollaro il dividendo, portandolo così a 22 centesimi, ma resta il fatto che il flusso di ricavi, da due trimestri bloccato intorno ai 12 miliardi di dollari, appare totalmente inadeguato a fronteggiare le continue svalutazioni effettuate e quelle prevedibili per quelli che verranno, alla luce della montagna di impegni che questa compagnia, in analogia preoccupante con le due maggiori compagnie monoliner, ha ancora in portafoglio.

Eppure, non più tardi di ieri, il ministro del Tesoro USA, Henry Paulson, in due molto accomodanti interviste, aveva affermato che siamo molto più vicini alla fine che all’inizio della tempesta perfetta (ovviamente, lui per motivi istituzionali e scaramantici si guarda bene dal definirla così), compiendo così un ulteriore passo su quel cammino di perdita reputazionale della quale, in linea con il comportamento proprio dei banchieri di investimento di lungo corso, il nostro non si preoccupa minimamente, ponendosi sulla scia di Bernspan e complici, dell’ineffabile King della Bank of England, mentre ancora nulla si può dire dell’appena nominato Governatore della Bank of Japan.

Nel frattempo, con buona pace di Paulson e dei suoi colleghi, il petrolio ha sfondato l’ennesima soglia, stavolta posta a 124 dollari, mentre lo spread che caratterizza i tassi interbancari rispetto a quelli di riferimento continua a mantenersi a livelli assolutamente abnormi, quasi insensibili alla inondazione di liquidità (475 miliardi di dollari da dicembre soltanto negli Stati Uniti) operata dalle banche centrali ormai da nove mesi, mentre i successi sul mercato dei cambi, peraltro molto drogati dall’operatività delle stesse banche centrali, dovrebbero tradursi, in un futuro molto prossimo, nell’ennesimo rimbalzo dell’euro e dello yen nei confronti del dollaro.

Mentre permane il silenzio assordante proveniente dalle banche dell’area dell’euro, al solito favorite dal notevole lag temporale che caratterizza i loro annunci trimestrali rispetto alle scadenze delle banche statunitensi, si avvicina sinistramente la scadenza di fine giugno, solennemente annunciata da Draghi e Paulson nell’ormai celeberrima ultima cena svoltasi in avvio dei lavori dei ministri economici e dei governatori dei paesi del G7 a metà aprile a Washington, una deadline che costringerà i CFO dele banche basate al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico a fare nottate su nottate per fornire una stima attendibile della montagna di titoli della finanza strutturata che il mercato si rifiuta ostinatamente di assorbire, nonostante gli incessanti sforzi degli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto delle CIB che cercano in tutti i modi di presentare nuove confezioni luccicanti che contengono però titoli aventi più o meno le medesime caratteristiche di quelli che il mercato giudica assolutamente indigesti.

Volgendo lo sguardo all’Italia, l’ennesimo dato disastroso sulla raccolta negativa dei fondi di investimento, che consente di giungere ad un deflusso di 45 miliardi nei primi quattro mesi del 2008, le ultime stime sulle mostruose perdite potenziali su derivati facenti capo agli enti locali italiani, nonché la pervicacia con la quale le banche continuano a fare ostruzionismo sulla portabilità gratuita dei mutui, stanno facendo letteralmente infuriare il professor Mario Draghi, al punto da spingerlo ad abbandonare il suo tradizionale aplomb anglosassone ed a prendere carta e penna per strigliare le banche operanti nel nostro Paese per la loro sordità ai suoi accorati appelli e alle chiare prescrizioni legislative e minacciando di passare dalle parole ai fatti, anche per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che il rischio reputazionale si traduce in rischio, anche pesante, per gli stessi conti economici delle banche.

Ma la novità del giorno riguarda ancora una volta l’estremamente dispendiosa acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, una storia veramente infinita che ha visto finalmente il via libera condizionato, ma molto condizionate, dell’Antitrust che ha imposto una vera falcidia di sportelli, soprattutto in zone che sarebbero state ad alta concentrazione di sportelli del gruppo, il tutto condito da severe prescrizioni in termini di governance e alla decadenza di un importante accordo di bancassurance con il colosso tedesco Allianz e che era in capo all’istituto padovano.

Ma continuano a trascorrere i giorni che ci separano dalla scadenza ultima dell’aumento di capitale della banca senese senza che dalle autorità preposte giunga il tanto atteso via libera alla fondazione per esercitare i suoi diritti e sborsare quei 2,5 miliardi di euro per mantenere inalterata la sua ferrea presa sulla banca, un esborso che, è giusto ricordarlo, equivale alla metà circa del patrimonio disponibile di un’entità che, secondo le norme vigenti, dovrebbe proprio occuparsi di ben altre e molto meritorie faccende, ma, si sa, l’attaccamento delle istituzioni e dei contradaioli di Siena alla loro banca è fuori discussione.

L’addio di Tommaso Padoa Schioppa al dicastero dell’Economia ed il ritorno di Giulio Tremonti nell’incarico che ha già ricoperto due volte è visto a Siena come un elemento di ulteriore preoccupazione, anche perché nessuno ha dimenticato l’opinione del controverso professore di scienza delle finanze sulla questione della governance del Monte dei Paschi, opinioni condensate in una norma che stabiliva un tetto massimo del 30 per cento alla quota azionaria di una banca detenibile da una Fondazione, norma che fu rivista a tempo di record solo grazie all’allontanamento di Tremonti dal governo ad opera di Fini e Casini ed alla maggiore disponibilità del suo successore Siniscalco alle esigenze senesi.
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Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

mercoledì 7 maggio 2008

UBS, Youl Loose & Us? (2)


L’annuncio choc proveniente dal colosso svizzero UBS non è ancora stato digerito dagli operatori, ancora increduli sulle dimensioni dello stock di titoli della finanza strutturata che ancora si intravede dopo le mega svalutazioni a ripetizione effettuate nei trimestri precedenti ed in quello appena reso noto, ma ancora di più per il maxi deal con il gestore BlackRock Inc. per un controvalore di 15 miliardi di dollari, a fronte di un valore facciale dei titoli ceduti pari a 22 miliardi di dollari, valori che sommati assieme rendono molto lontana dal vero la stima che attribuiva alla banca extracomunitaria una massa iniziale di titoli problematici nell’ordine di 80 miliardi di dollari circa, anche perché a questo livello ci siamo ormai già giunti senza che si intraveda la fine del tunnel.

Poiché continua ad essere vero che una banca, grande o piccola, globale o locale, non è rappresentata soltanto dalle sue passività ed attività, ma trae una parte rilevante del suo valore dal capitale umano, spesso frutto di accorte politiche di recruitment, di sviluppo professionale, di formazione specialistica, di esperienze lavorative mirate ad incarichi via, via più impegnativi, un insieme, cioè, di valori umani e professionali che rischiano di essere spazzati via dalle logiche di downsizing e dagli esperti di cost cutting che non guardano in faccia a nessuno e rischiano di distruggere in pochi mesi un qualcosa che è stato spesso realizzato in decenni di paziente lavoro da parte degli esperti interni ed esterni in gestione delle human resources (HR come amano dire i consulenti pagati in oro ad un tanto al chilo).

Questa situazione diviene oltre modo più complessa quando da una banca di tipo tradizionale passiamo a prendere in considerazione una Investment Bank o una divisione Corporate & Investment Banking di una banca di respiro internazionale, in quanto il discorso sulle risorse umane diviene molto più delicato, anche alla luce della netta prevalenza di specialisti di ogni ordine e specie presenti negli organici di queste entità che stanno alle banche ordinarie come una gioielleria sta ad un negozio dove si vendono articoli di bigiotteria, basti pensare soltanto alle qualifiche iniziali richieste ai candidati all’assunzione ed ai pacchetti di ulteriore formazione ed aggiornamento, nonché ai percorsi individuali attentamente pianificati, il tutto accompagnato da una gestione delle singole posizioni che sarebbe assolutamente impensabile gestendo organici delle dimensioni di quelli che caratterizzano le grandi banche commerciali.

Il clamore che stanno suscitando nell’ambiente degli addetti al wholesale banking i numeri forniti freddamente dal Chief Financial Officer di UBS può risultare difficilmente comprensibile se confrontato con la molto minore sensazione suscitata da tagli multipli che hanno caratterizzato nei mesi scorsi le banche specializzate nel mortgage o i colossi del credito ordinario e questo per il semplice motivo che parlare in UBS di 5.500 licenziamenti è una cosa, mentre parlare di un di cui di 2.900 donne ed uomini localizzati nei palazzi dorati delle attività CIB dislocati a Londra ed a New York, ma che dai loro desk seguono attività che si riferiscono ad un numero di nazioni/mercati quasi pari a quello delle delegazioni presenti nel palazzo di vetro dell’ONU assume le caratteristiche di un vero e proprio tsunami nell’un tempo fortunato e privilegianto mondo della finanza.

Pur comprendendo i sentimenti di rivalsi dei lavoratori dell’industria e del commercio, per non parlare degli sportellisti e degli addetti ai centri servizi ed ai call center delle banche al dettaglio, nei confronti dei loro privilegiati colleghi posti ai piani alti dell’alquanto scientifica divisione del lavoro nel mondo dell’intermediazione creditizia, devo confessare che desta una certa impressione vedere queste legioni di disoccupati provenire dalle fabbriche prodotto, dai reparti di fixed incombe, dalle gestioni patrimoniali, dalle sezioni specializzate nel montaggio di titoli talmente complicati che, se si perdeva il foglietto delle formule, sarebbe stato difficili agli stessi apprendisti stregoni che li avevano realizzati comprenderne il reale valore, il tutto aggravato dal fatto che, pur con rilevanti differenze quantitative, il processo di downsizing in corso è ormai generalizzato.

Non voglio dare credito ai rumor che indicano nel recente pool costituito dal Federal Bureau of Investigations, dalle varie procure che stanno indagando sugli eventuali reati commessi prima ed anche durante la tempesta perfetta e dalle altre entità federali coinvolte l’unica possibilità di sbocco per gli esperti provenienti proprio dalle entità sulle quali il pool sta indagando alquanto alacremente, anche se la tempistica è fortemente condizionata dal divergente interesse dei repubblicani e dei democratici, con i primi che vorrebbero che la conclusione delle indagini scavalcasse la scadenza delle presidenziali ed i secondi che puntano a fare del conflitto tra Wall Street e Main Street uno dei loro cavalli di battaglia contro un Mc Cain da dipingere come la fotocopia di Bush, universalmente visto come il protettore di Big Oil, Big Pharma e, soprattutto, dei principali attori del mercato finanziario ed assicurativo.

Personalmente, preferirei che le donne e gli uomini espulsi dai palazzi dorati avessero un sussulto di consapevolezza ed un minimo di resipiscienza della loro fetta di responsabilità nel grande disastro nel quale siamo tutti immersi, sarebbe meglio dire sommersi, dai marosi sempre più alti di quella tempesta perfetta che hanno contribuito, in piccola od in larga parte, a creare, spesso spinti dalla spirale perversa di sistemi incentivanti e da piani di stock options non proprio basati sull’innocuità relativa dei prodotti che ideavano o piazzavano, augurandomi, so bene quanto invano, che almeno una parte di loro decida di dedicarsi, pro bono, a quella tanto necessaria attività di alfabetizzazione finanziaria pro bono che renderebbe più ardua in futuro la creazione delle premesse di una ancora più grave, e forse definitiva tempesta perfetta, quando la presente, come tutti ci auguriamo, dovesse diventare un ricordo del passato e non, come qualcuno purtroppo inizia a pensare, una sorta di anticamera della celebre profezia di una antico popolo del Centro America.

Nel frattempo, stiamo assistendo ad un riavvicinarsi dei valori relativi tre l’economia reale e quella finanziaria, un mondo, per capirci, nel quale il modo di operare del leone di Omaha e quello del finanziere Soros fossero meno divergenti di quanto siano attualmente, anche se questo non potrà accadere se ai danni della tempesta perfetta non farà seguito quel processo, equo e non sommario, volto ad individuare le responsabilità di quanto è accaduto, il tutto condito da efficaci azioni risarcitorie che colpiscano nel portafoglio i responsabili veri del moral hazard continuato ed aggravato verificatosi nell’ultimo quarto di secolo.

Alle donne ed agli uomini ancora presenti nelle Investment Banks e nelle CIB vorrei, infine, rivolgere l’invito a ricordarsi che non basta operare in un desk o nei sotterranei di una fabbrica prodotto per essere o sentirsi uguali ai loro capi, né che è necessario imitarne l’abbigliamento, gli stili di vita e i tic, ricordandosi che la responsabilità sociale di azienda nasce, né potrebbe essere altrimenti, dalla responsabilità sociale dei singoli individui, donne ed uomini che non devono tornare a casa per lavare nella doccia la partecipazioni ad azioni di cui non si sentono fieri.
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Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

martedì 6 maggio 2008

UBS, You Loose & Us?


I beg your pardon Mr Buffett, sarebbero queste le prime parole della mia lettera di scuse al leone di Omaha per l’imperdonabile errore di aver prestato fede ai soliti lanci di agenzia ed articoli sulle sue presunte affermazioni sulla prossima fine della tempesta perfetta in corso, anche se devo dire che nella puntata in questione avevo usato molte cautele dovute all’abitudine di diffidare di quanto scrivono, in particolare in questi ultimi e cruciali nove mesi, i giornalisti embedded che ormai imperversano su tutti i media e che, spesso, non ricevono neanche una mancia per i loro servili servigi.

La lettura dell’attenta analisi di Nouriel Roudini e la lettura del vero e proprio j’accuse del Leone di Omaha contro il sistema finanziario americano e contro quello globale, nonché le roventi espressioni lanciate contro i regolatori ed i vigilanti del sistema che hanno consentito che accadesse quello che è accaduto e che venisse minata in modo così profondo quel ingrediente essenziale per un sano sviluppo del mercato finanziario che è rappresentato dalla fiducia degli investitori, una fiducia, peraltro, ampiamente subordinata al grado di trasparenza così scarso non solo ieri ma ancora oggi, ebbene queste due boccate di ossigeno sono state sufficienti per ridarmi fiducia nell’esistenza di persone integre ed ancora in grado di pensare con la propria testa.

Ciò è tanto più necessario rispetto al vero e proprio bollettino di guerra che scandisce oggi, per l’ennesima volta lungo tutti i fusi orari, una delle 24 ore più lunghe di questa di per sé già turbolenta fase, con le alquanto ferali notizie provenienti dal colosso creditizio svizzero UBS che, oltre ad annunciare un taglio dell’organico pari al 7 per cento del totale (un totale un po’ ridotto sai numerosi tagli precedenti), ma anche un taglio che si accompagna ad un mega deal con il gigante dell’assett management BlackRock Inc., un’entità che ha deciso di acquistare 22 miliardi di dollari di titoli per soli 15 miliardi, con uno sconto del 32 per cento circa rispetto al valore facciale che ha il pregio di dirla lunga sul valore effettivo della parte più pregiata della montagna di titoli della finanza strutturata ancora sul groppone di UBS, così come su quello delle Investment Banks e su quello delle altre banche più o meno globali che hanno deciso di imitare le allora Big Five, operando, spesso a rotta di collo, nel Corporate & Investment Banking.

Eh già, perché, in base alla regola non scritta delle cartolarizzazioni, non è consentito mettere in vendita il peggio di quello che si ha in cassaforte o presso le indulgenti e capienti discariche della Fed o delle altre banche centrali compiacenti, ma è necessario scegliere quanto risulti più appetibile per il compratore che decide di assumersi il rischio in tua vece, per non parlare poi del fatto che è oltremodo disdicevole mostrare al mercato che possiedi titoli che possono trovare acquirenti solo a prezzi largamente più bassi di quelli spuntati oggi da UBS.

Ma quello che più ha turbato gli addetti ai lavori è stato il particolare rivelato dal direttore finanziario di UBS, una persona che non ha esistato a rendere noto che la maggior parte, se non tutti, i 5.500 addetti da smaltire abitano nei moderni palazzi che ospitano le divisioni Corporate & Investment Banking di New York e Londra, facendo così capire che il rifiuto opposto alla proposta dell’ex numero uno della banca extracomunitaria ed attuale leader di un fondo azionista della stessa, una proposta, che lo ricordo, consisteva nello splittare la CIB dalla banca, riguardava più la forma che la sostanza, anche perché, con altre quattro o cinque operazioni come quella annunciata ieri, si giunge allo stesso risultato proposto dal pensionato di lusso e che tanto interesse aveva suscitato tra un folto numero di azionisti amareggiati dalle pessime performance della multinazionale del credito che in passato aveva avuto il pregio di dare loro tante, ma tante soddisfazioni.

Va segnalato, per dovere di cronaca, che la perdita trimestrale annunciata da UBS nel primo trimestre di questo orribile 2008 è pari a 11,5 miliardi di franchi svizzeri è appena inferiore a quella prevista dagli analisti e che si collocava intorno agli 11,9 miliardi: un ottimo risultato, almeno per chi ha deciso di riconsolarsi con l’aglietto.

Non c’è che dire, questi gnomi svizzeri una ne fanno e cento ne pensano, non come quei top manager di Fannie Mae che si ostinano a nascondere la polvere sotto il tappeto e che, pur dichiarando una perdita considerevole e pari a 2,2 miliardi di dollari per il primo trimestre (contro un utile di poco inferiore al miliardo nel corrispondente periodo del 2007), si ostinano a misurare le potenziali perdite su crediti con una molto ottimistica formuletta che ha reso necessarie svalutazioni per una cifra che non è stata resa nota nel comunicato, ma che ha reso necessario lanciare immediatamente un aumento di capitale per la cifra di 6 miliardi di dollari.

Come è gia accaduto altre volte, ad una comprensibile flessione iniziale cifrabile nel 6 per cento, l’azione ha ripreso quota e, mentre scrivo, è in progresso del 2 per cento circa, segno inequivocabile del fatto che gli operatori temevano realmente che, anche per effetto delle minacce di Draghi e Paulson nel corso della famosa cena in occasione del G7, i massimi esponenti di Fannie Mae decidessero di alzare finalmente il velo sui guai nei quali si trova la gigantesca entità da lor gestita.

Anche qui per dovere di cronaca, mi tocca segnalare che i massimi dirigenti di un tempo della stessa Fannie Mae furono rimossi in blocco e processati per false rappresentazioni di bilancio e qualche altra piacevolezza, al che seguì l’individuazione di un nuovo board of directors, nonche di un Chairman ed un Chief Executive Officer altrettanto nuovi di zecca, ma tutti riceventi la mission di operare affinché episodi del genere non avessero a ripetersi mai più nel futuro, il che, col senno di poi, si potrebbe dire che è stato appena meglio che affidare Fannie ad Angelo Mozilo di Countrywide ed alla sua “banda”.

Mentre i tassi interbancari continuano a mostrarsi incuranti degli sforzi e degli affanni di Bernspan e compagni, il petrolio continua ad esercitarsi nel suo sport preferito e che consiste nel macinare un record delle quotazioni algiorno (oogi è a 121 dollari al barile), mentre sembra già svanito il forte impatto che aveva avuto sulle quotazioni del dollaro la mega operazione effettuata dalla Banca Centrale Europea e dalla Banca Nazionale Svizzera che hanno avuto la bella idea di acquistare sul mercato ed ovviamente tutti insieme la bellezza di 50 miliardi di dollari, un’operazione che ha fatto ricordare ai cambisti più anziani le scorrerie di Florio Fiorini, quando, assieme ad altri sei suoi degni compari, si divertiva a far impazzire le sale operative delle banche centrali, almeno fino alla telefonata con la quale venivano messi puntualmente in riga.

Ricordo che il diario della crisi è presente anche sul mio blog http://www.diariodellacrisi.blogspot.com/ e che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

lunedì 5 maggio 2008

Bank of America non vuole farsi carico dei rischi di Countrywide


Ero così impegnato a digerire le presunte affermazioni attribuite a Warren Buffett, che, ieri, ho clamorosamente bucato il passo indietro compiuto da Bill Gates nei confronti dell’acquisizione del motore di ricerca Yahoo, una acquisizione per compiere la quale aveva messo sul piatto qualcosa come 44 miliardi di dollari cash, ma che non aveva ritenuto di portare a quei 53 miliardi, altrettanto in moneta sonante, che venivano richiesti dagli azionisti di riferimento di Yahoo.

Non credo sia secondario che tutto ciò doveva essere già molto chiaro a Steve Balmer ed al suo socio e capo indiscusso, il monopolista e filantropo Gates, ben prima di quella strana seduta di venerdì scorso, una seduta che ha visto circolare molte veline apparentemente ben informate che davano per certa la chiusura positiva dell’operazione nel corso del week end, con relativo rialzo significativo, e come si è poi visto ampiamente ingiustificato, delle azioni di Yahoo, senza che l’ormai celebre Effe O Ixs, che poi è lo spelling del capo della Securities and Exchange Commission, trovasse nulla da ridire su quanto stava per l’ennesima volta accadendo proprio sotto il suo naso.

D’altro canto bisogna comprendere i sentimenti di Fox, un uomo che ha scoperto che i suoi più che sofisticati modelli, costati un occhio ai soliti noti e cioè sempre i contribuenti, non includevano l’ipotesi del rischio di controparte, ove la stessa avesse a disposizione, come nel caso dell’orso di Stearns, decine e decine di miliardi di dollari di titoli di prima qualità ma che, come si è scoperto in una drammatica notte di qualche mese fa, non erano considerati garanzia sufficiente per ottenere l’autorizzazione a tirare su linee interbancarie per importi molto più modesti.

Poiché piove sempre sul bagnato, Bank of America ha dichiarato che non si sente assolutamente impegnata a garantire per le esposizioni della nubenda Countrywide, il colosso del mortgage su cui ha messo le zampe ad un prezzo assolutamente irrisorio (4 miliardi di dollari, ma c’è chi giura, tra gli esperti, che alla fine il prezzo verrà rivisto e sensibilmente verso il basso), un prezzo che aveva come unico presupposto l’elevato rischio insito in un settore che si trova in una situazione di vero e proprio meltdown, ma che sarebbe del tutto out of the money ove l’acquisto avvenisse, come si dice, pro soluto e non pro solvendo.

Non credo che il numero uno di bank of America, che non ha, peraltro, ancora ottenuto il necessario via libera della Fed all’acquisizione, si renda del tutto conto delle conseguenze della sua presa di posizione sulla valutazione che il mercato sta facendo del rischio intrinseco di Countrywide, anche alla luce del fatto che sono state diffuse proprio oggi previsioni poco ottimistiche sulle perdite derivanti da svalutazioni che potrebbero apparire nei bilanci del primo trimestre delle macro entità denominate Fannie Mae e Freddie Mac, oggetto di perentori inviti a smetterla di calcolare l’entità dei crediti problematici sulla base di formule statistiche particolarmente addomesticate, così come gli investitori vengono quotidianamente messi in guardia dal considerare i 3.200 miliardi di GSE alla stregua dei Treasury Bonds, per il semplice motivo che questi titoli emessi da queste entità semipubbliche o semiprivate, a seconda dell’angolo visuale, non sono garantite che dalle suddette entità che li hanno emessi in grande quantità ed a tassi molto poco remunerativi anche, se non proprio, approfittando di questo spiacevole equivoco.

Così come sta venendo meno quella sorta di mini bolla speculativa che si era creata nelle scorse settimane sui titoli delle due principali compagnie monoline, MBIA ed Ambac (esposte per garanzie su titoli della finanza strutturata per qualcosa che assomiglia molto a 1.500 miliardi di dollari), circostanza che si è verificata che dopo aver letteralmente polverizzato le quotazioni rispetto ai massimi toccati nelle ultime 52 settimane e mentre sembrava prossima il colpo di grazia sui rispettivi rating da parte delle tre principali agenzie impegnate in questa attività, si era giunti ad una specie di stasi che ha convinto non pochi speculatori ad operare ora al rialzo, ora al ribasso sui due titoli, con scommesse di segno opposto che hanno portato alle stelle la già elevata volatilità cui erano soggette da mesi le quotazioni dei due titoli, il tutto senza che il già citato Effe O Ix ritenese di dover almeno sollevare l’ormai classico sopracciglio.

Devo dire che sono stato molto lieto questa mattina di leggere una bella intervista che un giornalista di Repubblica ha fatto al famoso economista Nouriel Roubini, il quale, con la chiarezza che gli è propria, si è peritato di confutare, con dovizia di particolari, l’idea prevalente nella maggior parte dei commenti di questi giorni e che vede una sorta di soft landing dell’economia statunitense, un atterraggio morbido dal quale ci si potrebbe risollevare in un lasso di tempo relativamente breve, un tempo che, invece, secondo lo stesso Roubini non potrà essere inferiore ai 18 mesi a partire dall’inizio dell’anno.

Non voglio sciupare la sorpresa ai lettori che vorranno gustare l’argomentata analisi del noto economista, ma mi preme sottolineare come sia stato del tutto ignorato dai giornalisti emebedded il “particolare” legato al cosiddetto effetto scorte, un effetto al netto, comeè doveroso fare, del quale la mini crescita segnalata nel primo trimestre sarebbe, in realtà, una recessione cifrabile nello 0,2 per cento, circostanza peraltro già segnalata dalla rilevazione privata a cadenza mensile che evidenzia valori di crescita dell’economia statunitense di segno negativo sin dal gennaio di questo sempre più orribile 2008.

Capisco che la speranza è sempre l’ultima a morire e che tutti vorremmo che la realtà si conformasse di più ai nostri desideri, ma considerare come vendute merci che hanno solo affollato a dismisura i magazzini dei produttori costituisce una distorsione della realtà che è destinata ad infrangersi al redde rationem rappresentato dalle prossime letture del Gross National Product USA.

Che l’umore degli operatori stia di nuovo volgendo al peggio è, peraltro, dimostrato dalla reazione alquanto piatta che si è verificata dopo l’uscita del dato ISM relativo all’importantissimo settore dei servizi, un settore che pesa per l’80 per cento circa sul totale dell’economia americana, un dato che ha segnato a sorpresa un sensibile rimbalzo, ma che si è infranto contro le nuove preoccupazioni per le difficoltà provenienti dal comparto finanziario e per l’ennesimo balzo in avanti del petrolio che si è portato nuovamente a 120 dollari, un balzo in avanti che sembra ignorare del tutto il sensibile, per quanto a mio avviso temporaneo, recupero del dollaro nei confronti di tutte le altre principali valute.

Ricordo che il diario della crisi è presente anche sul mio blog http://www.diariodellacrisi.blogspot.com/ e che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

domenica 4 maggio 2008

Leone di Omaha, facci vedere chi sei!


Avendo eletto a stella polare nella tempesta perfetta il Leone di Omaha, Warren Buffett, così come ho indicato, paris aequo, il finanziere e filantropo George Soros, non posso assolutamente non tenere conto delle idee esposte ieri da Buffett nel mega raduno (32 mila persone) che, come accade ogni anno, gli dà l’occasione per illustrare i risultati della sua Berkshire Hataway, la sua fortunata intrapresa che lo ha reso ricchissimo ed ha dato modo alle tante persone che hanno creduto in lui di moltiplicare per enne volte il proprio investimento, spesso effettuato decenni orsono.

Ebbene, gli alti marosi della crisi finanziaria in corso non hanno risparmiato neanche il conglomerato gestito in modo molto conservativo da Buffett, che ha dovuto registrare nel peraltro universalmente tragico primo trimestre del 2008, una flessione degli utili pari al 62 per cento e che porta gli stessi, in valore assoluto, al di sotto della soglia del miliardo di dollari, anche se l’azione, dal valore unitario molto pesante, renderà circa 1.600 dollari, lenendo un po’ la sofferenza dei convenuti alla Woodstock del capitalismo, persone che, in realtà, erano accorse soprattutto per sentire dalla viva voce del settantasettenne loro vate e dal suo collega, che di anni ne conta ottantatrè, qualche parola chiara sulla più lunga e preoccupante crisi finanziaria dal secondo dopoguerra.

La cosa che credo ha addolorato di più l’anziano leone è stata certamente l’origine di questa così vistosa flessione dei risultati di un conglomerato che è sempre stato visto come la realizzazione in terra del sogno americano, in quanto non è venuta dalle attività industriali, quanto, e ciò in fondo era largamente prevedibile, dal settore finanziario del gruppo, colpito da perdite per 1,6 miliardi di dollari sul rilevante ammontare nozionale di derivati montati a scopo di copertura delle rilevanti attività assicurative del gruppo stesso.

Warren non li ha certo delusi, anche se le sue parole vanno interpretate alla luce del posizionamento molto particolare dei suoi pur diversificati investimenti, tra i quali, come è universalmente noto, non compaiono né dot.com, né altre modernerie da lui pubblicamente aborrite, ma solide quote di partecipazione in solide società leader nei rispettivi settori, un’importante branca assicurativa che gli ha fornito l’esperienza per entrare di recente nel comparto in grande affanno delle monoliner, per finire con l’ultimo colpo, effettuato in joint venture con la Mars, un colpo che gli ha consentito di contribuire in modo determinante a creare un vero e proprio colosso nei dolciumi ed affini, settore strategico, insieme a quello dell’intrattenimento, in ogni crisi finanziaria che si rispetti nel momento in cui la stessa ha come epicentro quell’alquanto fanciullesca nazione che, in fondo, sono gli Stati Uniti d’America.

Confesso di non avere letto il resoconto completo del discorso, del quale so soltanto che è stato lunghissimo come al solito, ma sono rimasto colpito, come credo tutti i lettori dei quotidiani di oggi, dall’affermazione attribuita a Buffett e che, pur in assenza di un preciso virgolettato, lo vedrebbe autore dell’idea che siamo ormai nella fase finale della tempesta perfetta ancora in corso, una posizione che, ove confermata dal testo, non mi troverebbe assolutamente d’accordo e che sarei portato ad attribuire ad una temporanea overdose del tanto reclamizzato pasto quotidiano del finanziere, un pasto basato su hamburger e patatine fritte, il tutto innaffiato da massicce dosi della sua prediletta Coca Cola (della quale, ovviamente, è azionista rilevante).
A costo di apparire contraddittorio ed irrispettoso, infatti, mi permetto di suggerire sommessamente alla mia stella polare di compiere la sua abituale ed attenta analisi fondamentale e di dirci, a conclusione della sua elaborazione, se lui investirebbe i suoi soldi (dispone di un patrimonio personale stimato in 73 miliardi di dollari), nonché quelli a disposizione del suo conglomerato in qualcuna delle entità più esposte agli alti marosi dell’attuale tempesta perfetta, lasciando a lui l’imbarazzo della scelta tra le residue Big Four, in particolare la sempre più pencolante Lehman Brothers, oppure, tra le grandi banche commerciali, di operare una scelta qualsiasi tra le veri cheap Citigroup, Bank of America, Wachovia Bank o, spostandosi all’estero, tra le ancora più economiche UBS, Deutsche Bank, Socgen, Credit Agricole, Unicredit Group, Intesa-San Paolo, o qualcuna tra le tre grandi banche britanniche.

Sarebbe bello che, dopo gli esosissimi fondi governativi arabi o asiatici, a mettere mano al portafoglio, e non mediante la turbata dei prestiti obbligazionari convertibili a certo, ma sempre lontano, tempo data, fosse un americano purosangue e tutto di un pezzo come Warren certamente è, a differenza dei tanti miliardari immigrati dopo la seconda guerra mondiale negli ospitali USA, fornendo così a noi tutti quello che, almeno nell’orribile gergo delle dealing e delle trading rooms, è definito come buy signal, un segnale di acquisto che certamente rincuorerebbe i tanti investitori spaventati e disorientati dai continui appelli formulati dai banchieri centrali e dai ministri economici del G7 ai banchieri di ogni ordine e grado affinché si decidano a dire finalmente la verità, con l’ovvia aggiunta di dirla proprio tutta.

Non credo che ciò sia avvenuto, anzi mi azzardo a dire che ciò non si verificherà nemmeno in quello che usiamo definire il futuro prevedibile, anche perché credo che quel mondo di aziende che ha popolato il Nasdaq negli ultimi anni, prima e dopo il grande scoppio della bolla nel 2000-2001, sia in realtà composto da aziende trasparenti e facilmente gestibili, ove poste a paragone con entità dotata di divisioni di Corporate & Investment Banking, per non parlare poi di quelle CIB delle CIB che sono in realtà le quattro Investment Banks statunitensi sopravvissute, almeno per ora, alla crisi finanziaria che, lo ricordo, sta per compiere i suoi primi nove mesi.

Non voglio certo con questo provocare il bravissimo Buffett, anche perché dubito fortemente del fatto che sia uno dei miei pochi ma assidui lettori statunitensi, ma credo proprio che, conoscendo le sue inveterate abitudini, raramente parla di qualcosa che non conosce ed altrettanto raramente non fa seguire, ad una sua dichiarata convinzione, i fatti concreti alle parole, anche se sono certo che le parole sono state mal interpretate e che molto difficilmente lo vedremo nei consigli di amministrazione (già, perché raramente investe senza chiedere un posto di riguardo nel board of directors, per il terrore dei suoi nuovi compagni di tavolo) di qualche banca di investimento o di qualche banca più o meno globale, semmai a dover ascoltare la relazione del capo degli apprendisti stregoni di qualche CIB o di qualche banca di investimenti tout court.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

sabato 3 maggio 2008

Profitti privati e perdite pubbliche

L’azione sempre più aggressiva delle banche centrali, ormai sempre più coordinate, quasi federate, tra di loro, non sta tralasciando nessuno degli aspetti di maggiore criticità presenti in un mercato finanziario globale sempre più esposto agli alti marosi di una tempesta perfetta che tra quattro giorni vedrà scadere il nono mese intercorso dal suo inizio, un avvio che prende le mosse dalla totale crisi di liquidità verificatasi il 9 agosto del 2007.

Se all’inizio del 2007, qualcuno, non importa se economista, analista, guru dei mercati o premio Nobel per l’economia, avesse osato predire quello che è accaduto in questi densi ed a tratti realmente drammatici nove mesi sarebbe stato preso per pazzo, tanta era la fiducia imperante sulle magnifiche e progressive sorti di quello che, e non è un gioco di parole, doveva dimostrarsi di lì a poco avere la solidità di un castello di carte.

Il fatto che il principale obiettivo della forsennata campagna di mega iniezioni di liquidità, rappresentato dalla necessità di riportare la fiducia tra quel ristretto numero di banche di investimento, globali o semi globali che dettano legge sul mercato interbancario espresso nelle diverse e principali valute, non sia in alcun modo stato raggiunto non sembra scuotere in alcun modo la fiducia di Bernspan, Trichet, King e compagnia cantante sul fatto che, per amore o per forza, alla fine la fiducia ritornerà e l’abnorme spread tuttora riscontrabile sui tassi di mercato non potrà che ridursi, riprendendo quella fisiologica e minima divergenza rispetto ai tassi ufficiali di riferimento.

L’aggravante rispetto alla ormai sempre più chiara lack of governance che continua a caratterizzare la tempesta perfetta, solo apparentemente in contraddizione con il frenetico agitarsi di governi, banche centrali ed organismi sovranazionali, è data, inoltre, dall’ampliarsi dello strumentario che gli improvvisati cerusici dei tassi e delle monete hanno deciso di utilizzare, in aggiunta a quelli aventi natura più tradizionale, in questo, almeno, dimostrando che, al di là dei proclami ad uso dei giornalisti embedded, un’analisi alquanto precisa delle vere cause della crisi finanziaria in corso è ormai patrimonio comune di quel ristretto numero di donne e di uomini abitanti ai piani alti delle istituzioni nei paesi maggiormente industrializzati.

Se, infatti, mi permetto spesso e volentieri di irridere all’apertura delle sempre più capaci discariche nelle quali vengono sversati ogni giorno titoli della finanza strutturata per miliardi, se non decine di miliardi di dollari, con questo non voglio affatto sottovalutare il non trascurabile fatto che, in assenza di tali vitali boccate di ossigeno, un numero significativo di Investment Banks e di banche più o meno globali sarebbe dovuto ricorrere alla protezione dei vari capitoli della legge fallimentare statunitense o agli interventi pubblici dei governi e delle banche centrali di numerosi paesi europei ed asiatici, al pari di quanto è accaduto alle circa ottanta banche specializzate nel settore del mortgage negli Stati Uniti d’America, fallite o in una sorta di amministrazione controllata prima che Bernspan e complici decidessero di aprire a dismisura i cordoni della borsa, a spese dei contribuenti, of course.

Risparmio ai miei pochi ma affezionati lettori la prevedibile tirata sull’altrettanto ovvio oblio dei più volte citati proclami fatti un giorno sì e l’altro pure dai protagonisti delle suddette scelte sulla necessità di punire, si aggiunge sempre severamente, l’azzardo morale continuato ed aggravato evidenziatosi negli ultimi decenni, così come gli altrettanto frequenti giuramenti sulla intoccabilità delle tasche dei contribuenti per salvare la pelle dell’orso di turno, in particolare di quelli che usano svernare nelle confortevoli caverne poste all’ombra del Wall (assicuro i lettori pignoli che sono perfettamente al corrente che, a differenza di quello celeberrimo del pianto, non ne esiste fisicamente uno nell’omonima strada di Manhattan).

Comprendo altrettanto bene che esistono fasi delle vicende economiche, nel corso delle quali vale sempre il motto di un importante e molto pragmatico e defunto leader cinese, che usava dire che non è assolutamente importante che il gatto sia grigio o nero (perché non anche bianco), purché acchiappi il topo, ma la questione sta proprio nel fatto che Bernspan, Trichet, King & Co. di gatti, a prescindere dal colore, non sembrano proprio in grado di acchiapparne nessuno, così come sembrano del tutto refrattari ad individuare qualsivoglia e benché minima soluzione rispetto alla sofferenza di milioni di famiglie americane ed europee che stanno perdendo la loro abitazione o il lavoro, in non pochi casi, almeno negli States, tutti e due.

In un’apposita puntata, ricordavo come siano cambiate alla velocità della luce anche tutte le teorie economiche da decenni in voga, spesso molto diverse tra loro per le sfumature dottrinarie e le scuole di appartenenza, ma tutte sempre accomunate dal quasi assiomatico principio che vede la libera iniziativa ed il libero mercato come la fonte di ogni salvezza per l’intero genere umano, mentre lo Stato meno si occupa dell’economia, meno regole emana e meglio sarà per tutti i partecipanti del mercato.

In verità, come ha sostenuto con molta precisione ed altrettanta decisione il numero uno della un po’ traballante Deutsche Bank, Ackermann, prima di addentrarsi nella sala nella quale, assieme ad un non meglio precisato numero di colleghi, si sarebbe dovuto sorbire le reprimende, peraltro rigorosamente a porte non chiuse ma blindate, dei Governatori delle banche centrali e dei ministri economici del G7, sia lui che i suoi colleghi di nuove e più stringenti regole, di un rafforzamento incisivo dei poteri dei regolatori e vigilatori, così come dell’esigenza di una maggiore trasparenza dei prodotti venduti agli investitori istituzionali od ai semplici risparmiatori, di tute queste cose e delle altre che non sto qui ad enumerare, loro non vogliono proprio saperne, mentre sono da mesi in attesa che le banche centrali vengano in loro soccorso, bellamente sorvolando che quella montagna di titoli della finanza strutturata provengono dalle fabbriche prodotto della sua e delle altre banche più o meno globali, più o meno di investimento, non certo cadute dal cielo come fiammeggianti e pirotecniche meteore.

Quella dei profitti privati e delle perdite da socializzare, peraltro, non è certo un’invenzione dei banchieri un tanto al chilo che ci ritroviamo, anche se spesso a peso d’oro quando si tratta delle loro remunerazioni fisse o variabili, quanto, come ognuno ben sa, una vecchia storia che si ripete invariabilmente ad ogni crisi economica o finanziaria che sia, così come il tanto aborrito modello di partecipazioni statali per lungo tempo imperante nella Vecchia Europa è spesso scaturito dalle necessità imposte dalle più gravi tra le tante crisi occorse nel secolo da poco terminato, sistemi invocati quando servono alle imprese o alle banche, per essere poi demonizzati quando possono essere d’ostacolo allo sviluppo della libera intrapresa, oppure occasione di grandi affari in sede di frettolose e spesso improvvisate privatizzazioni.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione dei giornalisti free-lance all’indirizzo www.flipnews.org